Incollo qui (in due pezzi, come in spiaggia) tutta la discussione finora avvenuta nei commenti, perché questi ultimi servono più per botta&risposta oppure per funzioni di contatto tipo eventi pubblici. Eppoi perché tutta 'sta cosa ci sta giusta in un forum specifico.
Gli interventi sono in ordine cronologico, dal primo all'ultimo.
Trovate anche il file, formato .doc, tanto voi usate OpenOffice, no?
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Storico dei commenti sul gruppo schoolbookcamp, al 7 giugno 2009, ore 10.14
Commento da Maria Teresa su 2 Giugno 2009 a 22:37
Buon segno iniziare il gruppo il 2 giugno, anche se riprendere le tante discussioni non è poi così semplice. Come ho già detto a qualcuno, mentre noi eravamo a Fosdinovo a Borgo la Bagnaia, all'iniziativa sul giornale in classe dei Giovani Editori, Felice Confalonieri affermava che è giunta l'ora di far pagare i servizi on line. Sempre nel frattempo in Svezia il partito per la gratuità di Internet sembra aver raccolto il 7% nei sondaggi per l'Europarlamento. Ciao! MT
Commento da Federica Scarrione su 2 Giugno 2009 a 23:55
Ciao a tutti. Ringrazio Alberto Ardizzone che mi ha invitata! L'argomento è interessantissimo.
Commento da Mario Guaraldi 23 ore fa
Giorgio, ti mando il testo che riprende il mio primo post e che verrà pubblicato dalla Università CAttolica. Chiunque abbia proposte di correzione-integrazione è invitato a farle e a rimandarmi il testo editato: viva l'open source ! Della tua eccellente sintesi video posso solo dirti che rivedermi "dall'esterno" mia ha fatto impressione: un povero vecchio che parla con le mani e corre dietro i propri aquiloni mentali come un bambino ... Bisognerà che mi decida davvero ad andare in pensione...
UNA VERA PASSIONE EDUCATIVA
E NON UN BUSINESS
FARA’ NASCERE IL NUOVO LIBRO PER LA SCUOLA
Libera cronaca dello School Book Camp di Fosdinovo, a cura di Mario Guaraldi
Bella, bella esperienza davvero questa full-immersione di Fosdinovo nel futuro del libro scolastico (e non): passione, voglia di ascoltare oltre che di parlare, narcisismi ben shakerati con senso di responsabilità, docenti mescolati a editori, redattori e blogger, studenti e laureandi. Dimostrazione vivente che il metodo collaborativo paga, che professionalità e gratuità possono andare a braccetto quando ci sono in ballo valori autentici. Direi che l’obbiettivo concorde di tutti i partecipanti è stato quello di ripensare tutto intero il progetto educativo, senza fermarsi ai suoi “strumenti” didattici più o meno tecnologici; allargando anzi il dibattito al mondo della rete, a quello che è stato definito il contesto, l’ambiente di un libro a venire, ancora nelle doglie del parto.
La dice lunga il fatto che i partecipanti al Camp abbiano tutti spontaneamente rigettato la logica dei singoli gruppi di discussione originariamente proposti, per convogliare in un unico confronto collettivo i problemi, le domande e le proposte che ciascuno di noi si portava appresso. Sapendo in partenza che di “risposte” non ce n’erano e che di pre-confezionato esisteva solo l’ottusa difesa di uno strumento come il libro di testo cui affidare la pretesa anacronistica di trasmettere una conoscenza di tipo onnicomprensivo; o la cinica “constatazione” che la Scuola non era pronta ad abbandonare questa stampella concepita più per la pigrizia di una classe di docenti passivizzati che per una nuova generazione di allievi pasciuti a youtube, chat, telefonini e disvalori televisivi: i cosiddetti nativi digitali.
Bella, grande esperienza di “democrazia”: anche rispetto alle caterve di circolari e disposizioni ministeriali che da subito gettano un’ombra sinistra sulla legittimità stessa della originaria norma fascista che IMPONE l’adozione del libro di testo e lo vincola a “contenuti didattici” stabiliti da un Ministero, come ai tempi del Minculpop, alla faccia dell’autonomia didattica dell’insegnante. Geniale trovata mussoliniana di organizzazione precoce del consenso a cascate successive: degli insegnanti, degli allievi, delle famiglie (che pagano, e come! hanno pagato, carissima, quella geniale imposizione di contenuti prefabbricati…).
Anche questo è emerso, una dolorosa pillola rossa che ha improvvisamente mostrato la verità di una sinistra non solo caduta in questa trappola, ma addirittura cavalcante la difesa d’ufficio di “questa” scuola e di “questo” libro di testo, solo perché include nell’antologia qualche ormai impraticabile sentiero dei nidi di ragno, o perchè la classe insegnante viene accreditata come buon bacino elettorale. Divenendo con ciò stesso fisiologicamente “reazionaria” e “conservativa” e abbandonando alla destra l’unica potenziale Riforma davvero “di sinistra”…
Tutto questo è apparso come una evidenza a tutti i presenti : ma anche al rischio di “buttarla in politica” si è giustamente sottratta un’assemblea scafata e tutta protesa al nocciolo della questione educativa!
Non mi azzarderò qui a tentare di riassumere il molto detto, anche perché basterà quanto già sedimentato in rete nei vari blog setacciati da Noa Carpignano ( http://noa.bibienne.net/2009/05/26/schoolbookcamp-resoconti-e-rifle... ) e persino nella video-sintesi realizzata dal bravissimo Giorgio Jannis ( http://bookcamp.ning.com/group/schoolbookcamp).
Ma qualche pesciolino varrà la pena di raccoglierlo dalla rete, anche solo per ributtarlo immediatamente nel mare della discussione collettiva.
L’irrazionalità produttiva e distributiva attuale
E già stato detto tutto, ma vale la pena di ricordarlo come “premessa” di ogni ulteriore ragionamento: ogni singolo libro adottato carica sul suo prezzo di copertina anche il costo della copia “gratuita” distribuita agli insegnanti, per la sua “valutazione”, attraverso una vera e propria banda di propagandisti che nel passato ( e forse non solo) hanno usato ogni mezzo , lecito e illecito, pur di piazzare i loro prodotti.... Ogni anno la “nuova edizione” si ripresentava identica a sè stessa ma rimescolata nell’ordine per battere il mercato dell’usato, sola autodifesa dei poveri. E di anno in anno il testo si gonfiava, malato di bulimia pseudo-enciclopedica, obeso condensato di nazioni capaci solo di instillare odio per la cultura nei giovani cui era destinato. Una bulimia miseramente denunciata dalle famiglie e dai media solo per il peso con cui gravava gli zainetti dei poveri figli... Il tutto con le dovute eccezioni, sia chiaro, soprattutto per le materie scientifiche.
2. L’autonomia didattica.
Perno di ogni scuola “moderna” e “democratica” , l’autonomia è da noi affermata come principio ma negata dalla realtà delle migliaia (non per modo di dire) di circolari ministeriali che avviluppano e soffocano come tentacoli la libertà di insegnamento. Del dubbio di costituzionalità della norma che rende obbligatoria l’adozione del libro di testo si è già detto. Non abbastanza invece dell’ipotesi che i contenuti digitali proposti dalle sette sorelle editoriali (che si spartiscono con quote quasi identiche il ricchissimo mercato della scolastica) possano essere “adottati”, cioè fatti acquistare dai singoli docenti nel “mix” che questi ritengono più conveniente alla propria scelta didattica. E’ già stato ampiamente dimostrato che un libro “on demand” di questa fatta, stampato in digitale per i 20 alunni di quel docente, non costerebbe pìù del testo normalmente adottato...ma con che differenza sul piano della creatività didattica ! Oggi si deve avere il coraggio di riconoscere che è l’editore il vero “autore” dei testi di maggior successo: costruiti a tavolino, geneticamente modificati, con scientifica capacità di dosaggio di tutti gli ingredienti più “appetibili” per il “mercato” scolastico, esattamente come per i best-sellers... Invece basterebbe pensare alla Casa editrice di scolastica come a una “ Educational Data Bank” proprietaria di contenuti didattici messi a disposizione del corpo insegnante un tot a pagina, come per i diritti delle Antologie. E che bisogno ci sarebbe più di antologie quando il file digitale di un classico costasse un paio di euro, consentendo agli insegnanti di lettere migliaia di percorsi letterari costruiti a misura della specificità di quella classe di “individui” e non di una “massa” di mongoli digitali da indottrinare. Quanti giudizi terrificanti abbiamo sentito in bocca dei nostri figli a proposito delle letture loro imposte in questo modo...
3. Un libro liquido
Da quanto sopra emerge piano piano il profilo di un “nuovo” libro, per così dire liquido, secondo l’immagine suggestiva di Noa Carpignano e di Maurizio Chatel, immerso nel contesto amniotico della rete. Un libro che nasce dalla classe, come esigenza didattica dell’insegnante, si riversa in rete, viene raccolto dall’editore che”lo adotta” (lui sì !), lo edita, lo raffina, lo impagina e finalmente lo rimette in rete in un circolo virtuoso di aggiornamenti e raffinamenti quasi sempre gratuiti, laterali, autonomi rispetto al corpus del testo originario. Il tutto a un costo che copre esclusivamente il lavoro dell’autore (anche collettivo) e dell’editore, equamente suddiviso: non quello del cartaio, del tipografo, del legatore, del propagandista, del libraio e chi più ne ha più ne metta. Sappiamo bene l’obiezione che non val neppure la pena di formulare: sapete quanti mestieri sono scomparsi nell’ultimo decennio ? A dozzine: il lynotipista, lo zincografo, il promotore librario...Il mondo non è caduto per questo...
4. Un libro multiforme
Io personalmente penso invece a un contenuto che si adatta a molte forme possibili, a partire dalla tradizionale cartacea rilanciata dal cosiddetto web-to-print, dalla stampa remota, dai metadati che ne regolano i flussi. Penso a un libro fruibile dal portatile e intelligentemente connesso in rete; penso a un uso-biblioteca degli e-Books Readers, su cui caricare l’intero cursus scolastico o accademico (ci siamo dimenticati dell’Università ? ), a chiavette contenenti tutti i classici (come parzialmente già fa iLiade) . Soprattutto penso alla possibilità che tutti i testi siano almeno bilingui, per superare l’isolamento linguistico e il provincialismo obbligato dell’italiano; che tutti siano accessibili , senza ghetti per i disabili, e magari “parlati” (il relativo successo degli audiolibri dovre dirci qualcosa ); che in tal modo sia possibile l’ascolto comparativo delle pronunce corrette; che tutti abbiamo un dizionario interno dei sinonimi e dei contrari; che tutti abbiano una base musicale richiamabile on-demand (quanti ragazzi studiano con l’i-Pod o con il CD nel computer); che tutti possano lanciare dei brevi filmati dimostrativi, se necessario; e che le foto siano ingrandibili full-screen con zoom fino al 400%; penso a un libro-gioco dove solo quando si è imparata bene una cosa si “salta” al livello successivo, come nei video-giochi; penso a libri di storia che riproducano in 3D le grandi battaglie della storia...Devo mettere un freno a una fantasia angustiata solo dalla mia miseria tecnologica. E’ in grado l’eroico PDF di fare tutto questo, di diventare lo standard per eccellenza? Vedremo, ma poco importa. Per ora importa solo spe-ri-men-ta-te...
Mi piacerebbe molto che tutti assieme, quelli che hanno a cuore il futuro della scuola e dell’editoria, riprendessimo il filo delle proposte “positive” e “creative” bruscamente reciso a Fosdinovo da uno sconsiderato intervento di una Dirigente scolastica che non aveva partecipato ai lavori e che pretendeva di delegittimare l’assemblea a discutere di scuola e di didattica. Come dire: la scuola è “cosa nostra”, a noi il libro va bene così com’è, di che vi impicciate? Ho chiesto scusa pubblicamente a quella Dirigente scolastica per il modo eccessivamente aspro con cui ho reagito alla sua offensiva dichiarazione. Ora voglio pubblicamente ringraziarla per avermi mostrato direi quasi fisicamente il volto vero di quel “pensiero burocratico” ripiegato su sé stesso, dalla didattica fine a sé stessa, de-finalizzata da ogni vera vocazione educativa, che forse ogni insegnante combatte in sé stesso, nelle proprie fibre più intime. Aveva davvero ragione San Paolo...
Mario Guaraldi
Commento da Alessandro Vigiani 22 ore fa
Caro Mario, in tutta franchezza io rivedrei qualche tono un po' troppo aspro nei confronti del mondo della scuola, con il quale chi fa libri di testo, volente o nolente, deve imparare a confrontarsi e collaborare.
Ad esempio quel riferimento alla "pigrizia di una classe di docenti passivizzati" mi sembra piuttosto corrivo... Eviterei simili generalizzazioni che non rispecchiano una realtà estremamente multiforme e diversificata e che rischiano di respingere anche docenti potenzialmente predisposti alla sperimentazione e all'innovazione didattica.
L'ho detto al barcamp, lo ripeto in questa sede: secondo me nessuna riforma del libro di testo è possibile a prescindere da quelle che sono le esigenze espresse da insegnanti e allievi. E' questo l'ambito in cui l'ebook deve provare a ritagliarsi uno spazio, pena il forte rischio di insuccesso di un progetto in sé condivisibile e auspicabile.
Ti prego, e non solo per queste ragioni, di emendare anche il riferimento a quello "sconsiderato intervento di una Dirigente scolastica": io le ero accanto e l'ho incoraggiata a esprimere la propria opinione, e ti posso assicurare che non aveva alcuna intenzione di delegittimare chicchessia. Lasciami invece dire che quella è stata per noi tutti un'occasione di confronto persa.
Commento da Alberto Ardizzone 22 ore fa
Vado di fretta, Mario, per cui mi leggerò per bene il tuo articolo appena riuscirò a dedicarci il tempo che merita.
Per il momento mi piace riprendere il passaggio "che tutti siano accessibili, senza ghetti per i disabili". E' un prerequisito importante ed è bello che tu lo abbia sottolineato. :-)
Commento da Annalisa 20 ore fa
Sì, io non mi sento tanto passivizzata...
E non considero il libro di testo una semplice stampella. Magari non lo difendo a oltranza, ma sono anche convinta che, nel mio grado di scuola, il libro in carne e ossa abbia comunque sempre ragione di essere, per mille motivi dei quali, magari, si potrà anche parlare.
Commento da Maria Grazia Fiore 19 ore fa
In questo momento non ho la possibilità di dilungarmi ma ci sono un paio di punti su cui tornerò:
1) l'aggressione alla classe docente che mi sono dovuta sorbire anch'io - ingoiando amaro - è stata reiterata più volte durante il camp, da parti e in modi diversi. Ha le sue verità ma anche le sue esagerazioni, frutto della sistematica e martellante campagna di delegittimazione che si è scatenata (chissà come mai) da settembre in poi;
2) con la dirigente c'è stato un qui pro quo di fondo. Non le era ben chiaro che tipo di "convegno/riunione" fosse, che grado di decisionalità questo comportasse e - cosa più grave - chi fossero le persone lì presenti. La scuola primaria è sotto assedio e gli animi sono esacerbati. L'errore della dirigente è stato quello di intervenire senza cognizione di causa ma la sua non era una difesa d'ufficio. Era una difesa e basta. Che ovviamente ha offeso anche me dato che non avevo fatto altro che ribadire certe tesi fin dal giorno prima... Però quando le mazzate ti arrivano da tutte le parti, cominci a difenderti alla cieca.
Scappo (ma prima o poi torno). :-)
Commento da Giorgio Jannis 18 ore fa
"Oh, va bene David Lynch, ma Carducci non si tocca, eh"
"Oh, belle le penne bic, ma il pennino e la calligrafia sono importanti, eh"
"Il computer, sìsì, ma domani compito in classe sulla carta, a me cosa importa che praticamente ogni lavoro attuale richieda familiarità con strumenti di produzione documentale di tipo multimediale, e chi fa oggi la maturità non conosca niente del mondo in cui vive, non sa votare, aprire un conto in banca, cercare informazioni sui propri diritti di cittadino, affrontare criticamente la decodifica di una trasmissione televisiva?"
La scuola è cotta e stracotta, dorme da anni.
Insegnanti isolati compiono cose egregie, ma la scuola di per sé non sa nemmeno sottoporre a vaglio critico i propri stessi strumenti, l'ideologia alla base del proprio fare, la valutazione di sé.
Non è consapevole di sé. Si agita, ma vivendo in posti altri, avulsi dalla socialità, dalla modernità, dal proprio stesso contesto geografico di appartenenza (mancata comunicazione scuola-territorio), non è nemmeno capace di raddrizzare la propria postura, almeno per permettere a idee nuove di fluire in lei, rivivificandola. Avulsa e refrattaria.
Il cambiamento spaventa, e la scuola sopravvive a sé stessa, provocando danni sociali.
Certo, è una aggressione alla classe docente, questa. E non sono un insegnante, sono un formatore di formatori, da dieci anni, anche su incarico degli USR e ministeriale (ho fatto da tutor in tre corsi Fortic, ad esempio). Centinaia di ore della mia vita spese a ragionar di didattica e di apprendimento e di modelli epistemologici e di buone pratiche, a condurre gruppi di lavoro, e inventarmi percorsi innovativi. Amo le primarie.
Poi arriva una che mi dice "non sono tenuta a fare questo".
La sentite?, è l'istituzione che parla attraverso quella bocca, non è quella persona che sta ragionando con la sua testa, quell'insegnante ha abdicato al suo spirito critico, protetta e tutelata dall'istituzione dai suoi mansionari.
Quella dirigente ha detto, testuale: "Perché non ci interpellate?" riferendosi alla progettazione dei libri.
Postura dialettica, esistenziale, sbagliata.
E' la scuola che deve comunicare, estrovertirsi, pubblicare sé stessa, dare immagine di sé, entrare nella conversazione con il territorio in quanto parlante ratificato, quale è per il ruolo sociale che svolge, di Luogo deputato all'educazione formale dei cittadini.
Non è qui in ballo carta sì, carta no, chi vede il problema in questo modo ignora le caratteristiche storiche nelle dinamiche dei supporti della conoscenza. I media non si rimpiazzano l'un l'altro, si integrano.
Il libro non è vecchio, è inadeguato. Come la scuola.
Inadeguata oggi a formare cittadini consapevoli di sé e delle proprie potenzialità rispetto all'agire nel mondo.
Un mondo (già quello nostro, figuriamoci quello dei quindicenni) fatto di film, televisione, cellulari, web, libri moderni (che raccontano la realtà del 1988, la loro realtà, non quella del 1888), arte digitale, videogiochi... tutte cose che incidono profondamente nella costruzione del sentimento identitario individuale e gruppale dei ragazzini.
E nessuna Media Education seria che sia incapace di intervenire per suggerire linee interpretative dei fenomeni della modernità, dell'ambiente di vita e di crescita in cui gli allievi maturano una rappresentazione di sé.
Quindi: ci sono momenti storici in cui le vose vanno spiegate a chi non le vuole capire, né ha in sé capacità critica e visione per vederle da sé, come gli insegnanti affogati dentro un sistema scolastico marcescente.
Se necessario, anche schiaffeggiandoli, altrimenti chi sta per annegare trascina sotto anche te, essendo nel panico e agendo scompostamente.
E la prima mossa da fare è orientarli all'ascolto, agli insegnanti, della modernità e della socialità attuale.
La scuola non deve essere fuori dallo spazio e dal tempo, come è ora (varcare il portone è entrare in posti che nulla hanno a che vedere con il mondo moderno, qualcuno ibernato nel 1938 se si svegliasse oggi sarebbe atterrito dal camminare per strada, ma sarebbe tranquillizzato entrando a scuola e riconoscendola subito in quanto tale e quale a quella dei suoi anni), la scuola deve aggiornarsi. Coinvolgersi. Sporcarsi le mani con queste cose che non si possono toccare, i bit. Orientarsi all'esterno, perché l'Io nasce dal Tu, dal confronto con l'Altro-da-sé, come sappiamo. Basta torri eburnee, basta insegnanti che sproloquiano, il loro dire è un delirio in quanto non ancorato a nessun principio di realtà, messaggi inadeguati che non poggiano su nessun contesto concreto dato dal mondo così come è oggi.
"Perché non ci interpellate?" e perché mai, per sentirsi raccontare dai dirigenti ottocenteschi quanto sia bello tenere in mano un libro di carta, quando questi non hanno mai visto un ipertesto né un e-book reader né un blog e soprattutto non ci hanno mai riflettuto sopra, con quella professionalità che dovrebbe loro derivare dall'avere a che fare con gli strumenti della conoscenza, al fine di poter risultare efficaci nel loro mandato di educatori e agenti della trasmissione culturale?
Quelle persone nemmeno sanno di mentire a sé stesse, e per di più la loro postura intellettuale produce danni sociali.
ps: Mario, sarai anche un vecchietto che segue aquiloni, ma i colori che vedi e le parole che usi per raccontarli cadono perfettamente nei discorsi, credimi.
Commento da Maria Grazia Fiore 17 ore fa
Altro intervento spot:
io sono consapevole delle ampie zone grigie che avvelenano la scuola e di ciò che bisogna affrontare per andare controcorrente. Ciò non toglie che ne faccia parte e - soprattutto - me ne senta profondamente parte.
Io ho condiviso ciò che hai detto a Fosdinovo, anche quando lo hai fatto bruscamente ;-) , perché ne condivido la sostanza.
Un po' meno mi sono piaciuti altri toni, provenienti da altri pulpiti... Ciò non toglie che dobbiamo anche renderci conto che gli insegnanti che vogliono cambiare, che sentono di doverlo fare non lo faranno solo perché si sentono umiliati ed hanno comunque un ambiente - esogeno ed endogeno - che rema loro contro...
Il tutto senza polemica (anche perché certe cose che hai detto mi hanno fatto riflettere su cose importanti). Aiuto! E' tardissimo! Bye
Commento da Noa 16 ore fa
Oddio. Non vi ho seguiti un giorno e guarda te che mi ritrovo :)
Per quanto riguarda la scuola penso che si possa far riferimento a quello che scriveva Gianni Marconato a proposito della "buona scuola":
Lo scopo dell'iniziativa è di valorizzare le tante pratiche di "buona scuola" che ci sono in Italia, non tanto per contrastare la diffusa immagine negativa che la nostra scuola, come sistema, ha (ci vuole ben altro), ma per dire che grazie al lavoro serio di tanti insegnanti nonostante le condizioni non sempre favorevoli, ci sono delle isole felici; si tratterebbe, in primis, di una azione di valorizzazione del lavoro dell'insegnante, di quell'insegnante che "si fa il mazzo" ed ottiene buoni risultati
[cit. http://lascuolachefunziona.pbworks.com/Una+prima+idea]
Dice Alessandro:
Ad esempio quel riferimento alla "pigrizia di una classe di docenti passivizzati" mi sembra piuttosto corrivo... Eviterei simili generalizzazioni che non rispecchiano una realtà estremamente multiforme e diversificata e che rischiano di respingere anche docenti potenzialmente predisposti alla sperimentazione e all'innovazione didattica.
Sono d'accordo, il problema è che chi ci legge non fa parte di quella fetta di docenti contro i quali Mario (ma noi tutti in un modo o nell'altro, per un motivo o per l'altro, diciamolo) si scaglia. Quelli che ci leggono fanno parte già di quell'altra parte della realtà multiforme. Fanno parte della buona scuola. E quindi è normale che insegnanti come Maria Grazia (e Annalisa che male ha ingoiato anche qualche commento sul blog di Maurizio, non me lo ha detto ma lo so) si risentano di questo far di tutto un calderone.
In un momento nel quale gli attacchi mediatici alla scuola, mi vengono in mente una recente puntata di report e un vecchio post di faraona (http://faraona.wordpress.com/2007/06/30/sanita-e-scuola-covi-di-str...) fanno pensare a una caccia alle streghe ben organizzata, è il caso forse di fare delle distinzioni. E l'unico modo per farlo è riconoscere che andremo a lavorare (noi editori, ma anche gli insegnanti stessi) con e fra quella parte di docenti che, come dice Alessandro, sono predisposti alla sperimentazione e all'innovazione. Gli altri arriveranno, andranno in pensione, o verranno con il tempo isolati dagli stessi colleghi. È questione di tempo, le evoluzioni – che non sono rivoluzioni – richiedono il loro tempo.
Il cambiamento spaventa, dice Giorgio, e Maria Grazia risponde: gli insegnanti che vogliono cambiare non lo faranno solo perché si sentono umiliati.
Però cerchiamo di capire, allora, come cercare di coinvolgere gli insegnanti che vogliono cambiare, quelli che sentono di doverlo fare. Perché chi l'ha già fatto, ed è già qui – non dico qui nel forum, ma in rete a qualche titolo – lo ha fatto in modo naturale, non è cambiato come insegnante, ma semplicemente ha seguito l'evoluzione come persona. Quelli che non vogliono farlo, e si piccano di non saper accendere un pc sfoggiando la mancanza come un vezzo, non cambieranno mai, neanche schiaffeggiandoli (Giorgio, ho un paio di amiche storiche, ex colleghe, che hanno fatto corsi, ricorsi e concorsi, le Tic, le tac e triccheballacche, e potrei raccontarti delle cose... ma ti basti sapere che non sanno assolutamente chi sono e cosa sto facendo).
Però c'è una cosa che da giorni mi chiedo: quando il comune di Fosdinovo ha deciso di fare il convegno a latere dello SchoolBookcamp (quello di sabato pomeriggio, per intenderci) ha chiesto il patrocinio dell'Ufficio Scolastico Regionale, e ha ottenuto al volo una lista di indirizzi di tutte le scuole della Toscana. Le mail con l'invito al convegno sono state spedite dal mio programma di direct mail (non essendo organizzato l'ufficio comunale per queste cose), quindi sono certa che sono state spedite e anche ricevute (il programma mi dice chi ha letto cosa). Di più, agli indirizzi della Toscana io ho aggiunto quelli della Liguria (già nel mio db) e ho mandato due mail di invito: una per il convegno, e una per il barcamp + convegno.
Al convegno del pomeriggio sono venute le insegnanti della scuola del paese (mica tutte, solo tre) e al mattino la dirigente (che era stata invitata personalmente dall'assessore). Quando ho chiesto alla maestra di Vittorio perché, secondo lei, erano venute solo loro, lei mi ha risposto: "è sabato pomeriggio, sai com'è...".
Ma anche per Annalisa era sabato, e anche per MariaGrazia, e per tutte quelle che hanno mollato marito e figli e si sono fatte centinaia di chilometri... Quante insegnanti di primaria-medie-superiori ci sono in Liguria e Toscana?
Se non fosse stato sabato sarebbe cambiato qualcosa? No, non credo.
Come si fa, allora, a orientare gli insegnanti all'ascolto della modernità? (cit. Giorgio)
Come possiamo aiutare chi vorrebbe cambiare a lottare contro l'ambiente che rema contro? (cit, Maria Grazia)
Come si fa a dire che non possiamo prescindere dalle esigenze espresse dalla scuola (cit. Alessandro) a qualcuno che non ci ascolta? A qualcuno che chiede "perché non ci interpellate" senza rendersi conto di essere l'unica dirigente a essere venuta e solo perché l'ha chiamata personalmente l'assessore?
Commento da Alessandro Vigiani 16 ore fa
Caro Giorgio, secondo me si stanno confondendo un po' i piani del discorso. Un conto è teorizzare sui massimi sistemi (cosa che - intendiamoci - non trovo affatto biasimevole, anche se non mi ritrovo in alcune tue posizioni un po' troppo censorie ed elitarie), un conto è parlare di editoria scolastica. In questo campo proporre progetti rifiutandosi aprioristicamente di interpellare i docenti non solo è moralmente opinabile (dal mio personalissimo punto di vista), ma semplicemente folle. Poi se vuoi ti seguo sul terreno delle immense possibilità aperte dal multimedia e dalla rete, e allora posso condividere diverse delle tue idee (a patto di depurarle da qualche tono un po' troppo sprezzante nei confronti di chi non fa parte dell'"avanguardia tecnologica"). Però, ripeto, i libri di testo devono essere fatti per la scuola e con la scuola - che essa ci piaccia o no. Un ebook di testo pensato senza o addirittura contro la scuola è una contraddizione in termini che non ci porta da nessuna parte.
Commento da Alessandro Vigiani 16 ore fa
@Noa: e se iniziassimo noi col porci una domanda centrale ma - mi sembra - finora elusa: perché la stragrande maggioranza degli insegnanti non è in ascolto, non è interessata all'ascolto? Le risposte non sarebbero così scontate, ne sono sicuro...
Commento da Maria Teresa 16 ore fa
"Le stelle sono tante, milioni di milioni ..." recitava un vecchio spot pubblicitario. Anche gli insegnanti sono tanti -non milioni di milioni - ma tendono a diventare sempre meno e non per loro volontà. La riforma dei tecnici e dei professionali ci lascia intravvedere il taglio delle abilitazioni prossimo venturo con una conseguente perdita di specificità delle discipline, e questo in nome dell'integrazione, del superamento della suddivisione illuminista del sapere in compartimenti stagni. E' un problema con cui fare i conti, proprio a proposito della questione della trasversalità della rete. Non è semplice parlare di e-book, l'abbiamo visto. Forse partire dal problema dell'integrazione tra cartaceo e digitale (come accenna gianni) sarebbe una buon inizio. Cosa sul cartaceo e cosa in rete? Quali competenze attiva l'uno e quali l'altro? Non credo che siamo qui a discutere sugli insegnanti, su quanti sono bravi e quanti non lo sono. Non è questo il problema: tra gli insegnati ci sono impostazioni diverse e su questo poggia il grande numero di libri di testo della stessa materia, su questo si basa il loro enciclopedismo, la loro elefantiasi. Secondo me, non dobbiamo parlare dell'e-book in generale: non esiste e la ricerca dell'e-book ideale che vada bene per tutti - se fa gola a parecchi- è un'illusione. Non dovremmo,forse e invece, costituirci come comunità - come oggi va di moda dire, come una "comunità di pratica" - in cui ognuno con il proprio sapere e la propria specifica esperienza cerca di costruire un prodotto condiviso a partire da finalità e metodologie comuni? Per questo mi era piaciuto tanto il discorso più volte ripreso a Fosdinovo da Maurizio Chatel. Allora le domande a cui dare una risposta "convergente" potrebbero essere:
- siamo d'accordo su un concetto di apprendimento come costruzione da parte del soggetto che apprende? (domanda retorica?)
- siamo d'accordo sul fatto che la finalità della scuola è fornire gli strumenti perchè ciascuno possa esercitare i propri diritti di cittadinanza? (altra domanda retorica?)
-quali sono i "mattoni" che sono utili a questo fine?
- come possono essere utilizzati nella didattica, in una didattica "partecipativa"?
- come e con che bagaglio di saperi specifici e di saper fare trasversali?
- in che livello scolastico e su che basi, per che ragazzi?
- come mantenere specificità e trasversalità?
-che risultati hanno le diverse sperimentazioni in atto, rispetto a queste finalità?
- Quali strumenti sono i più adatti?
Resta di base quello che ha messo in evidenza mario Guaraldi: la sperimentazione, come vanno le cose nel concreto.
Gli insegnanti non sono animali diversi dagli altri: se una cosa funziona, poi la usano: a nessuno fa piacere passare 18 ore della propria settimana a non essere ascoltati, a non ottenere risultati (per questo non ci piacciono le verifiche). Certo, bisogna intendersi su cosa sono i risultati! e ciascuno ha una propria idea. Partiamo da quella per costruire gli strumenti. O sbaglio?
Commento da Annalisa 14 ore fa
Oddio, non saprei da dove cominciare, perciò farò una selezione.
Parto da qui “la scuola non deve essere fuori dallo spazio e dal tempo” (intervento di Giorgio Jannis).
Giusto. Ma, se non ve la prendete, vi dico subito che, dopo avervi ascoltati all’inizio dello SBC, ho pensato: ma queste persone, che dovrebbero lavorare con e per la scuola, vivono fuori dallo spazio e dal tempo della scuola!
Cosicché, se non sbaglio, io vi chiedo di fare lo sforzo di entrare nella scuola e di comprenderla, e voi ci chiedete di uscire dalla scuola e farci capire. Sarà il caso di muoversi e di incontrarsi a metà?
Perché “l'aggressione alla classe docente …ha le sue verità ma anche le sue esagerazioni” (intervento di MariaGrazia Fiore), e questo mi può anche star bene. Mi sembra però che si dicano verità e si usino esagerazioni in modo altalenante, per dimostrare questa o quella ipotesi (o convinzione).
Ha ragione Noa, quando parla degli insegnanti del posto che non sono venuti al convegno. Penso anch’io lo stesso quando vado in città a una manifestazione letteraria e non vedo mai nessuna collega. Però, attenzione, anche qui, casi singoli. Magari numerosi, ma davvero non continuiamo a fare di tutta l’erba un fascio. È per questo che quando “arriva una che mi dice ‘non sono tenuta a fare questo’.
è l'istituzione che parla attraverso quella bocca”, non mi pare vero. Perché allora, alla stessa stregua, si dovrebbe dire che, quando sono arrivata a Fosdinovo, pensando ‘ sono tenuta a fare questo, mi serve, mi sarà utile’, anch’io parlavo a nome dell’istituzione.
“Il cambiamento spaventa, e la scuola sopravvive a sé stessa, provocando danni sociali”: che il cambiamento spaventi, è normale, credo. Ma che la scuola provochi danni sociali perché sopravvive a sé stessa, no. Scusate, ma avete un’idea di che cosa sta succedendo nella scuola in questi giorni, anzi, in questi ultimi mesi? Alla scuola media siamo sballottati da settembre tra leggi, leggine, regolamenti, bozze, revoche di bozze, decreti, e ciò che ci troviamo a fare è inseguire la legislatrice perché, in caso contrario, il nostro Dirigente “non ci può tutelare”. Significa che io rinuncio sempre più spesso a preparare materiali alternativi, innovativi o anche tradizionalissimi ma utili, per ‘adeguarmi’ a quello che la legge mi richiede. Passo i pomeriggi al computer non per aggiornare la mia classe virtuale, copia di quella reale, ma per cambiare le relazioni che mi sono richieste, rifare i giudizi che prima non c’erano più e adesso sì, e poi (come coordinatrice di classe) vado alla scrivani a copiarmi a mano, su registri appositamente preparati che naturalmente non posso passare al computer, i voti del primo e secondo quadrimestre, di tutti gli alunni, di tutte le materie, e poi i laboratori e poi le assenze e poi i giudizi di idoneità (prima voto, ora tornato giudizio) eccetera eccetera eccetera.
Danni sociali?
Abbiamo quasi duecento alunni iscritti alle future prime, e di essi la metà ha chiesto il tempo prolungato, che è un orrore, così come pensato dalla Gelmini, ma sono ore di scuola, bene vengano, e invece non verrà concesso se non in minima parte. Passeremo da 35 ore settimanali a 30 ore, con classi da 30 alunni. Senza insegnanti di sostegno, senza mediatori culturali, senza (scusate) carta igienica, senza soldi per eventuali supplenze (nella scuola della mia città gli insegnanti stanno già facendo supplenze gratis da due mesi, perché i soldi non ci sono ma gli alunni vanno tenuti), senza soldi per i libri di carta, che cerchiamo di farci lasciare da chi esce da scuola per passarli ai nuovi.
Che danni sociali avranno questi ragazzini ai quali non è più possibile far vedere un film, uno spettacolo teatrale? Gli strumenti per una cittadinanza attiva io glieli do, ma non attraverso la scienza infusa: signori, ho bisogno di tempo. Ho bisogno di insegnare loro a capire un testo, semplice all’inizio, complesso alla fine. Di tempo per fare storia contemporanea, o leggere un libro o far costruire a loro stessi una pagina di storia. Sulla carta o al Pc (quando c'è).
E-book? Nessuno dei miei colleghi sa di preciso che cosa sono. Nessuno mi ha chiesto che cosa ho ricavato dallo SBC. Ma io li capisco.
E dunque, “perché la stragrande maggioranza degli insegnanti non è in ascolto, non è interessata all'ascolto?”
So che vi sembrerà un’eresia, dato che voi ci lavorate, in questo campo, e probabilmente vi sembra ovvio e naturale esistere, esserci, andare avanti e farvi spazio, ma, ecco,
con quello che sta succedendo nella scuola in questi mesi,
con la necessità di inseguire gli ‘adempimenti’ senza rinunciare a insegnare,
con un terzo dei miei colleghi che, magari a cinquant'anni, perderà il posto perché il provveditore preferisce tenere aperta una scuoletta con 12 alunni per classe (l’immagine!) e taglia quindi su scuole grandi come la mia,
guardate, scusate lo sfogo, ma l’esistenza o meno degli e-book è l’ultima delle preoccupazioni.
(ora lanciate pure i pomodori ;-)
Commento da Noa 13 ore fa
:D pomodori? naaaa.. Annalisa, tu che mi leggi anche in altri luoghi, sai che la situazione mi è abbastanza chiara, infatti mi hai preceduta: era mia intenzione rispondere ad Alessandro che basta andare a leggere quello che scrivono i colleghi su foruminsegnanti.it per rendersi conto di quali sono, ormai da anni, le preoccupazioni reali degli insegnanti, legittime tra l'altro (ma la sua era una domanda provocatoria, la situazione credo la conosca anche lui, anche se forse non nel dettaglio).
La sensazione che ho io è che i docenti che hanno ancora voglia di lottare per qualcosa, quelli che non ritengono di dover entrare e uscire dalla classe con il cervello sotto chiave, stanno lottando per cose che ritengono importanti, e la loro attenzione, il loro tempo, le loro energie, se ne vanno in altro.
Maria Grazia sul blog ha scritto "Ho voluto scrivere questo perché è stato pesante per me andare ad immaginare cosa potrebbe essere un e-book (o un testo liquido o ambiente) chiedendomi il senso di questo esercizio intellettuale mentre le scuole rischiano di chiudere. Però l’ho fatto." E ancora "Nonostante il cuore pesante, la mente è volata..."
Io ho un'amica che ha ottenuto il ruolo l'anno scorso, e fra 5 o 6 anni va in pensione. Ha lottato con convinzione per tanti anni, in tanti modi, e ora mi dice: ho già dato, sorry. E questa era una pasionaria eh. Allora dico, se molla lei... mi stupisce persino che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di darsi da fare. E infatti anche foruminsegnanti raccoglie 3900 utenti, tanti, ma quanti sono gli insegnanti in italia? Dove sono tutti gli altri?
E quelli che non lottano, che non difendono la scuola, che non partecipano alle discussioni in rete nei forum, quelli che non aprono blog con alieni verdi e non aprono neppure il giornale (o aprono IL Giornale) non è detto che abbiano voglia di sbattersi su altri fronti. Anzi.
Credo quindi che gli insegnanti più attivi, più "vivi", proprio per questo non sappiano neanche che esistiamo, qualcuno forse non sa neppure della circolare, o l'ha letta distrattamente perché impegnato su altri fronti.
E dagli torto.
Commento da Maria Grazia Fiore 13 ore fa
Cara Annalisa, questo è ciò che da più parti è stato denunciato nella fase pre-camp e che ci è costata l'accusa di essere contro l'innovazione. In questo momento, per rispondere a Noa, non ci sono più gli occhi per piangere (in senso metaforico e non). Le colleghe con cui ho fatto le cose più entusiasmanti passano da un collegio all'altro nel tentativo di venire a capo di cosa sarà di loro (e del loro lavoro) dal prossimo anno. Non avevano la possibilità di assentarsi perché chi normalmente si aggiorna, a maggio gli (ipotetici) 5 giorni se li è già giocati. Ma non c'era la voglia: a che pro? Per essere trattate alla stregua delle baby-sitter? E questo è un dato.
L'altro dato fa i conti però con uno zoccolo duro di docenti che il problema della motivazione (loro e dei loro studenti) non se lo sono mai posto, che rifuggono le rotture di scatole dei genitori (e li accontentano a prescindere), che si fanno organizzare l'orario non certo in base ad esigenze didattiche, che non hanno mai speso neanche una lira/cent di tasca loro (non dico per aggiornarsi ma almeno per leggersi una rivista) e così via.
L'effetto Gelmini sarà quello di convincere i docenti che non vogliono impazzire e che non hanno mai saputo riscaldare la sedia ad andarsene, secondo me. E' per questo che ho chiesto a qualche mia collega di interessarsi con me dell'argomento e-book: per non sclerare e per continuare ad avere la voglia di guardare più in là. Nella consapevolezza che ci sta franando il terreno sotto i piedi. Tutto qui.
Però io a questi e-book ci voglio pensare lo stesso.
Commento da Giorgio Jannis 10 ore fa
Ahimè, tutta questa discussione andava fatta dentro un forum, va da sé. robe da chiedervi di copiaincollare per ordine i vostri interventi in spazio apposito, forumesco.
così lì si sarebbe potuto parlare di scuola, del fare scuola, e sbizzarrirsi a piagnucolare o a incazzarsi.
a me il discorso della scuola interessa in quanto ambiente formativo che deve modificare sé stesso, accogliendo la modernità degli schermi e dei cellulari e del web e delle LIM e degli e-book, filtrare questi strumenti attraverso la propria sensibilità ed esperienza e professionalità, per offrire a sua volta ambienti di apprendimento efficienti ed efficaci per l'educazione di futuri cittadini.
Ci sono insegnanti che questi strumenti (e le preconoscenze dei loro allievi, su cui fondare una didattica situata) neanche li vedono, ci sono quelli che vedono lo strumento ma non la finalità didattica (tipo il dito e la luna, per intenderci), e quelli che tra-guardano gli strumenti, li piegano, li comprendono avendo come fine l'apprendimento significativo. Per questi ultimi, il problema non si pone: lo strumento è trasparente.
E sapete perché? Perché quell'insegnante, prima ancora di essere un professionista della formazione, è un cittadino digitale.
E non un fanatico di computer, uno che sta 10 ore sui social network, uno smanettone.
L'insegnante che integra in modo fluido nel proprio fare quotidiano questi strumenti è uno normale, uno che usa un aggregatore, partecipa a gruppi di discussione confidando nelle comunità di pratica, ha un blog in cui parla di cose curricolari o di ricette di torte salate, mette foto su flickr e video su youtube, si incazza quando degli sciocchi parlano di copyright o di limitazioni alla neutralità/libertà della rete, sono dieci anni che progetta documenti ipertestuali e li realizza col blocconote in html o con powerpoint, "vede" i flussi delle identità scorrere online nei social network, concepisce la conoscenza come forme di ecosistemi in dialogo perenne.
Chi, se non un insegnante, deve essere persona sintonizzata al mondo, per poterlo ri-narrare a chi al mondo si affaccia?
Dove ha vissuto certa gente negli ultimi 15 anni, per non avere neanche una mail personale?
Visionarietà, sperimentazione, coinvolgimento personale.
Poi la qualità del fare scuola emerge, nessun timore.
Non sono cose che possono essere insegnate, come in un aggiornamento per gli insegnanti. Se mostro come si fa un blog (tempo totale, 6 minuti), a che serve se poi gli insegnanti non lo usano? Se non sanno sfruttarne le potenzialità per la didattica?
In questi casi, per innescare un cambiamento della "personalità" degli insegnanti o dell'organizzazione scolastica, devo far loro intraprendere dei percorsi esprienziali, dove in prima persona far mettere loro le mani sugli strumenti, suscitare il bosogno, orientarli a nuovi valori, portarli a credere nella bontà della condivisione.
Per questo tengo fermo come spunto per il ragionamento l'importanza della pubblicazione, della visibilità fuori della scuola del fare della scuola. Perché il fare sociale (condiviso, aperto, conversazionale) è esattamente quello che serve per fare uscire gli insegnanti e la scuola dall'autoreferenzialità in cui si dibatte da decenni, perdendo di vista la realtà.
Dài, che se contnuo a stuzzicarvi così ad un certo punto ne veniamo a capo, e possiamo cominciare a lavorare seriamente :)
Commento da Annalisa 1 ora fa
''L'insegnante che integra in modo fluido nel proprio fare quotidiano questi strumenti è uno normale, uno che usa un aggregatore, partecipa a gruppi di discussione ... ha un blog in cui parla di cose curricolari o di ricette di torte salate, mette foto su flickr e video su youtube, ... sono dieci anni che progetta documenti ipertestuali e li realizza col blocconote in html o con powerpoint
Ok, questa sono io.
Se mostro come si fa un blog (tempo totale, 6 minuti), a che serve se poi gli insegnanti non lo usano? Se non sanno sfruttarne le potenzialità per la didattica?
Credo che sia faticoso capirci, se continueremo semplicemente a dire che gli insegnanti non sanno sfruttare le potenzialità dei nuovi mezzi per la didattica.
Cominciamo a togliere di mezzo quelli che non vogliono sfruttare ecc.
Prendiamo quelli che vorrebbero.
Allora, io ho un blog segreto dove nessuno sa chi sono altrimenti i miei colleghi mi ammazzano; va da sè che lì parlo di colleghi e di scuola;
ho un blog del mio gruppo di lettura dove il mio gruppo di lettura non va perché è faticoso aprire internet, cercare, leggere rispondere: più semplice vedersi e parlare direttamente;
ho un blog (serio) che parla di scuola e voti e che non riesco più ad aggiornare: i voti li devo creare e ricopiare, non ho tempo per parlarne;
e infine, ta-dààn, ho fatto fare un blog ai miei ragazzi di terza: ventisei alunni, cinque che hanno accesso a internet senza problemi, undici che non hanno neppure il computer (e non dite loro di andare in biblioteca: se non c'è un adulto con loro, internet è bloccato). Faccio didattica con quei cinque là? Oppure li porto a vedere il blog e a lavorarci una volta ogni tanto, quando l'aula computer è libera? Oppure porto in aula computer, al pomeriggio del mercoledì che è l'unico buco libero, i sei che sono iscritti ai laboratori della Moratti e lavoro con loro soltanto? E poi vado in classe a dire a tutti gli altri come è bello lavorare nel blog, di andare a vedere le presentazioni di storia che abbiamo fatto, e gli avvisi, e gli esercizi interattivi di analisi del periodo?
Anchi per chi vuole, insomma, ci sono delle difficoltà oggettive.
(che si aggiungono a tutti i problemi di avere, trovare o conservare il lavoro di cui si parlava più sotto)
In questo giorni vado sempre di corsa ma sono andata a tirar fuori dalle viscere del mio PC un articolo datato 2003 (il che ci dimostra che da ForTIC in poi i problemi di fondo sono rimasti sempre gli stessi...), intitolato: Piano FORTIC e professionalità docente: e se l'ECDL non bastasse?
Giorgio sicuramente troverà osservazioni che potranno interessarlo...
Se nell'incipit sostituite poi "CD-ROM" con "e-book"...
Non basta un Cd-Rom per motivare gli alunni. Non basta un Cd-Rom per far capire. Non basta un Cd-Rom per valorizzare le tecnologie multimediali. Non basta un Cd-Rom per realizzare la scuola dell’autonomia. Non basta un Cd-Rom per cambiare la scuola…perché un Cd-Rom è un Cd-Rom.[i]
Credo che queste parole di Umberto Tenuta, ben si prestino a sintetizzare le problematiche connesse all’insegnare e all’apprendere “con il computer” e, ancor di più, a rimarcare la fatica con cui l’uso delle Tecnologie Didattiche stenta a concretizzarsi come fattore di reale innovazione educativa.[ii]
La trasformazione del PC in una sorta di Bravo-Simac per lo studio[iii] avvalora spesso una visione semplificata e riduttiva del processo di insegnamento/apprendimento nonché una serie di ingenuità correlate ad una illusione tecnologica,[iv] che impedisce la presa di coscienza che non è il computer a trasformare la scuola ma è la scuola ad integrare il computer nella didattica che già pratica, amplificandone pregi e difetti e chiamando in causa il docente come principale protagonista del cambiamento.
L’attivazione di progetti che integrino le nuove tecnologie nei percorsi curriculari non potrà non implicare, pertanto:
* il confronto con gli assetti mediali costituitisi nel contesto sociale più ampio e di cui rappresentano un fulcro fondamentale;
* la valutazione delle potenzialità e dei limiti degli strumenti messi a disposizione dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, secondo la triplice dimensionalità di utensili pratici ed efficienti, di strumenti di espansione dei modi di essere e di pensare nonché di ambiti per mezzo dei quali si definiscono le dominanti culturali del nostro tempo;[vi]
* la validità didattica e la pertinenza di tali progetti in rapporto all’età, agli ambiti disciplinari, alle possibilità che offre per lo studio e all’integrazione con il libro, alla formazione degli insegnanti.[vii]
La necessità per la scuola di garantire alle giovani generazioni un “saper fare” che scongiuri il sorgere di nuove forme di esclusione e di nuovi analfabetismi, ma soprattutto un “saper essere” utenti consapevoli delle potenzialità e limiti dei nuovi strumenti, reali costruttori del proprio patrimonio di significati e strategie, appare pertanto subordinata al fatto, che gli insegnanti siano, a loro volta, in grado di affrontare questo compito connotato non tanto dalla trasmissione di conoscenze tecniche specifiche, quanto dal cambiare il modo di fare scuola e di saper utilizzare proficuamente le tecnologie nella didattica quotidiana. [viii]...
Sottoscrivo, obviously.
Mi piace in particolare l'approccio "ecologico" alle TIC in classe (e dentro la testa degli insegnanti). ne avevo accennato anch'io qui parlando di "ecosistemi della conoscenza", da cui poi poi se correttamente interpretati e vissuti discende "naturalmente" il giusto approccio rispetto alla didattica mediata.
Aggiungo che in Fortic2, a mio parere ben impostato, superata la divisione secondo competenze A B e C si andava dritti alle community professionali, l'80% delle unità riguardava attività su web, la filosofia soggiacente era proprio ecologica (o tecnoecologica), condivisione e collaborazione e pubblicazione erano le carte su cui impostare i moduli.